Che cos’è una Digital Strategy?
Una Digital Strategy è un Piano d’Azione che guida aziende e professionisti nell’uso di strumenti, canali e risorse digitali per raggiungere obiettivi di business.
Attirare nuovi clienti, aumentare le vendite, far crescere la visibilità del brand, sono alcuni degli obiettivi raggiungibili attraverso una Digital Strategy.
È importante capire subito che una Digital Strategy viene prima delle singole strategie di canale. Spesso viene confusa con piani social o di content marketing, ma una Digital Strategy è la parte sommersa dell’iceberg che tiene tutto in equilibrio.

Sopra abbiamo contenuti, campagne, post e adv. Ogni canale avrà la sua strategia specifica, ma tutto sarà coerente con quella generale.
Tre tipi di canali da tenere a mente:
- Owned Media: quelli che controlli direttamente. Sito, blog, newsletter, social, app…
- Earned Media: visibilità guadagnata. PR, recensioni, UGC, condivisioni.
- Paid Media: promozione a pagamento. Google Ads, Meta Ads, YouTube Ads…
A cosa Serve una Digital Strategy?
Al giorno d’oggi, avere una Strategia Digitale non è un’opzione. Abbiamo troppi strumenti, troppe piattaforme e troppe scuole di pensiero.
“La SEO è morta!”
“No, è l’unico modo per portare clienti a lungo termine!”
“I nuovi motori di ricerca sono i social! Devi fare video!”
Spoiler: non esiste una soluzione unica. Il vero problema è capire come integrare e bilanciare queste strategie.
La strategia cambia in base a chi sei e a cosa hai a disposizione:
- Multinazionale → serve per allineare marketing, HR e risorse finanziarie per il raggiungimento degli obiettivi.
- PMI → utile per chiarire direzione, obiettivi e risorse con il team o la dirigenza.
- Freelance → è un piano operativo concreto: come ti posizioni, come entri sul mercato, come parli ai clienti.
In generale, una buona strategia digitale ti permette di:
- Pianificare e coordinare l’attività online
- Ottimizzare tempo, budget e produzione
- Mantenere una comunicazione coerente
- Monitorare, migliorare, ottimizzare
Elementi Chiave di una Digital Strategy
Ogni strategia digitale si basa su alcuni elementi fondamentali, una sorta di impalcatura iniziale che dà forma e direzione al lavoro strategico.
Per me, questi sono i pilastri da cui partire:
Analisi Iniziale: prima ancora di parlare di obiettivi, bisogna capire a fondo il business, il mercato e la concorrenza.
Obiettivi: vanno definiti con chiarezza e devono essere misurabili, altrimenti è impossibile valutare se stiamo lavorando bene.
Target: qui ci concentriamo sul pubblico potenziale ed esistente. Costruiamo l’identikit del cliente ideale e analizziamo il suo percorso digitale.
Posizionamento e Branding: differenziamo l’offerta, definiamo tono di voce, identità visiva e stile di comunicazione. In pratica decidiamo come vogliamo essere percepiti.
Funnel di Conversione e Canali: Stabiliamo canali con cui raggiungere il target e strutturiamo le modalità di interazione.
Conversioni e KPI: Misuriamo i dati, monitoriamo le performance e valutiamo l’efficacia delle azioni.
Budget, Tempo e Risorse: serve definire risorse disponibili, scadenze e strumenti (dai tool al team).
Come Creare una Digital Strategy.
Esistono centinaia di framework, modelli e tool. Ma qui voglio mostrarti il mio metodo personale: pratico, snello e concreto.
Il problema più grosso che ho incontrato agli inizi è stato tradurre la teoria in pratica. I corsi spiegano concetti su progetti già avviati, con dati alla mano, strumenti attivati e budget pronti. Ma spesso la realtà è molto diversa.
Quello che voglio fare è mostrarti come costruire una strategia da zero.
Poi, nella realtà capita di lavorare su progetti già avviati, quindi alcuni passaggi saranno già stati fatti o non vanno fatti da zero. Ma qui vediamo il processo completo, passo dopo passo.
Fase 1: Analisi e Ricerca Iniziale.
La prima cosa da fare è semplice ma fondamentale. Dobbiamo capire il punto di partenza.
Dobbiamo analizzare:
- Il business e l’offerta attuale
- Domanda, mercato e competitor
Analizzare il business e l’offerta.
Partiamo dai dati di base:
- Nome, settore, modello di business, tipo di domanda (latente o espressa), target, caratteristiche del prodotto o servizio…
- Sistema di monetizzazione, canali di acquisizione, valore medio per cliente (LTV), vantaggio competitivo, struttura dell’offerta…
Domanda, Mercato, Competitor.
Qui vogliamo capire se esiste una domanda e come si comporta il mercato.
Strumenti utili:
- Google Keyword Planner / SEMrush → per i volumi di ricerca
- Social Listening (Hootsuite) → per intercettare conversazioni sui social
- Survey e Sondaggi → per chiedere direttamente al pubblico
- Forum e Community (Quora, Facebook Group, Reddit) → per trovare problemi e domande ricorrenti
In base alla dimensione e alla natura del progetto, possiamo integrare anche dati da fonti istituzionali (ISTAT, Eurostat, Camere di Commercio…).
Due tipi di dati da considerare:
- Dati primari → raccolti da te (interviste, form, analytics)
- Dati secondari → raccolti da altri (report, statistiche)
Consiglio: se lavori con piccole attività o progetti nuovi senza dati interni (tipo dati da Google Analytics), dovrai basarti soprattutto sui dati secondari.
Analisi Competitor.
Studiamo cosa fanno gli altri e come si posizionano:
- Chi sono e che offerta propongono
- USP, pricing, pacchetti
- Tono di voce, identità visiva, canali utilizzati
- Analisi SWOT → punti di forza, debolezza, opportunità, minacce
Fase 2: Definire gli obiettivi di Digital Marketing.
Una volta raccolte tutte le informazioni, possiamo definire i nostri obiettivi.
Per come la vedo io, tutto si riduce a quattro macro-obiettivi principali:
- Aumentare Vendite e Fatturato
- Attrarre Potenziali Clienti
- Acquisire Traffico di qualità
- Aumentare la visibilità del brand (awareness)
Perché? Perché Dio Denaro comanda.
Alla fine, il marketing gira attorno ai numeri.
Tutti gli altri obiettivi formulabili vanno in funzione a uno di questi quattro.
Mi spiego meglio.
Perché vuoi migliorare la reputazione del brand? Per essere percepito come xyz… per poi vendere di più.
Perché ottimizzare il ROI? Per aumentare i profitti.
Perché aumentare il LTV? Per generare più valore da ogni cliente.
Vale lo stesso per l’acquisizione clienti.
L’obiettivo è sempre vendere, ma con modalità e strumenti differenti, per questo ha senso trattarla separatamente.
Situazione diversa per traffico di qualità e l’aumento della visibilità.
Si, entrambe possono contribuire all’aumento di vendite/fatturato o all’acquisizione di clienti, ma possono essere utilizzate anche per far conoscere un prodotto nuovo, per promuovere idee, tecnologie o cause (es: non-profit, politica, innovazione…).
Reminder: il Marketing non non è solo roba da aziende e imprenditori.
Quindi, attenzione a non confondere obiettivi generali con quelli legati agli strumenti. Questi sono obiettivi operativi, che ti aiutano a misurare il progresso verso i tuoi macro-obiettivi. Alcuni esempi:
- Migliorare il Coinvolgimento
- Ottimizzare il CTR
- Fidelizzare i clienti
- Affermarsi come Esperti
- Ottimizzare il ROI
- Aumentare il Customer Lifetime Value (LTV)
Cosa significa? Facciamo un esempio.
Io posso Aumentare le vendite lavorando con strategie e strumenti diversi:
– SEA (Search Engine Advertising) > Google Ads
– Email Marketing > Mailchimp
– Social Media Marketing > Meta Ads
Il passo successivo è porsi obiettivi specifici per ogni strumento e canale:
- Google Ads > Retargeting > Aumentare Conversioni
- Mail Chimp > Fidelizzazione > LTV
- Meta Ads > Instagram Reel > Aumentare CTR > Link alla Sales Page
Il punto è che una strategia efficace parte da un macro-obiettivo, si traduce in strumenti concreti e si misura con obiettivi chiari e raggiungibili.
Fase 3: Target, Posizionamento e Branding
Ci addentriamo nel cuore della strategia. In questa fase vogliamo conoscere il nostro cliente, definire il posizionamento e costruire un’identità chiara.
Le tre aree su cui lavoriamo:
- Target: capire a chi vogliamo parlare.
- Posizionamento: differenziarci dai competitor.
- Comunicazione e Identità: rendere tutto coerente e riconoscibile.
Il Target.
Il primo vero passo nel marketing è identificare il pubblico giusto. Senza target non c’è strategia.
Dobbiamo trovare gruppi di persone che:
- Abbiano il giusto potere d’acquisto
- Siano facilmente raggiungibili online
- Siano abbastanza numerosi da giustificare gli sforzi di marketing
Dati utili:
- Demografici: età, genere, reddito, ruolo, istruzione…
- Psicografici: valori, interessi, stile di vita…
- Comportamentali: abitudini d’acquisto, canali preferiti, tipo di contenuti…
NB: in questa farò riferimento alla buyer persona e concetti legati più al B2C. Per il B2B il processo è molto simile ma si utilizza il concetto di Ideal Customer Profile (ICP).
Raccogliere dati senza impazzire.
Si può partire con strumenti semplici (e gratuiti) come social, community online e con il trio di tool più potenti al mondo: l’ingegno, carta e penna.
Social Media: osserva interazioni, profili e UGC
Tool utili: Not Just Analytics, Social Blade, Hootsuite, Excel
Motori di Ricerca: query, SERP, volumi e intenti.
Tool: Google Trends, Ubersuggest, SEMrush…
Forum e Community: Reddit, Quora e Gruppi Facebook per scoprire problematiche, opinioni e domande frequenti.
Tool utili: Excel o carta e penna.
Piattaforme Video: YouTube, Twitch e simili, per osservare contenuti di tendenza, feedback e linguaggio community.
Tool: è sufficiente fruire dei contenuti e usare excel.
Marketplace ed eCommerce: Amazon, Etsy ed eCommerce di settore (es: Zalando)
Anche qui, annotare recensioni e domande interessanti.
Altre Fonti: Survey (Google Forms, Typeform), Test A/B, CRM, report di settore, dati CRM.
Una volta raccolti i dati, si passa alla parte interessante. Umanizziamo i dati con la Buyer Persona.
Da Target a Buyer Persona.
La Buyer Persona è un profilo semi-fittizio che rappresenta il nostro cliente ideale.
Partiamo da desideri profondi e pain points:
- Cosa li muove davvero?
- Quali ostacoli affrontano?
Desideri Profondi: la Spinta all’Azione
Ci interessa capire i desideri profondi del target, o meglio, ciò che li spinge all’azione. La natura umana è tanto complessa quanto semplice. Alla base di ogni bisogno, ci sono desideri universali e comuni.
Generalmente vogliamo:
- Essere percepiti come attraenti
- Essere rispettati
- Essere percepiti come potenti
- Essere amati o accettati
- Migliorare il nostro status
NB: si può avere più desideri per lo stesso prodotto/servizio.
Esempio: voglio essere percepito come un bel ragazzo.
Desiderio: Voglio sentirmi più attraente.
Molti prodotti e servizi rispondono a questa esigenza:
- Palestra —> Miglioramento fisico.
- Abbigliamento —> Look curato e alla moda.
- Taglio di capelli —> Immagine rinnovata.
Quando acquistiamo qualcosa non cerchiamo l’oggetto in sé (abbonamento, vestito o taglio), ma l’effetto desiderato, in questo caso sentirsi attraente.
Problemi, Pain Points, Effort e Sacrificio.
Distinguo sempre tra problemi e pain points. Il problema è la situazione generale che il cliente vive prima o all’inizio del processo d’acquisto. Non implica per forza un disagio immediato.
Esempio: “Voglio un parquet in salotto”.
L’effort è lo sforzo fisico, mentale o operativo per superare quel problema.
Esempio: compilare un form da 100 campi per avere un preventivo.
Il sacrificio è la rinuncia o il compromesso che il cliente accetta per ottenere un vantaggio.
Esempio: pagare una consegna veloce.
I pain points sono concreti, percepiti e spesso fastidiosi. Sono disagi che emergono poco prima e durante il percorso d’acquisto o nell’utilizzo del prodotto. Nascono spesso da troppo effort, troppo sacrificio, o entrambi.
Esempio: il sito è lento, perdi tempo e ti irrita ed esci dal sito –> pain point chiaro, misurabile e risolvibile.
Nel digitale, i pain point sono legati a funnel, conversioni, contenuti e offerte.
E la buona notizia? Si possono individuare e migliorare.
Usare Effort e Sacrificio per identificare Pain Points
La vera differenza tra te e un competitor (diretto o indiretto) sta tutta in due parole. Effort e Sacrificio percepiti o reali. Più ne chiedi al cliente, più sarà difficile convincerlo.
Riprendiamo l’esempio “voglio essere percepito come bello”:
| Effort e Sacrificio: Palestra | Effort e Sacrificio: Maglietta |
|---|---|
| Dedicare 5-10 ore a settimana | Recarsi al negozio fisico |
| Mangiare Sano | Valutare tra troppe opzioni online |
| Mantenere la costanza | Trovare la taglia |
| Acquistare abbigliamento adatto | Trovare la vestibilità giusta |
| Dolori fisici | Fare la fila in cassa |
Da questa lista possiamo determinare Pain Points, creatività e punti di miglioramento della strategia o dell’offerta.
Cosa fare? Filtriamo i punti con:
- Alto effort
- Alto sacrificio
- Una combinazione dei due
Dopodiché li osserviamo cercando di metterci nei panni del cliente.
Esempio: Palestra.
Per alcuni è più semplice, per la maggior parte dei mortali è uno strazio.
Alto Effort e Sacrificio: mantenere la costanza
→ Pain Point: Non riesco a mantenere la costanza
→ Soluzioni: programmi assistiti, reminder motivazionali, contenuti che semplificano la routine…
In teoria, allenarsi implica dolore fisico.
Effort e sacrficio? Pain Point? Difficili da determinare, accantoniamo l’opzione.
→ Non puoi evitare il dolore fisico, ma puoi riciclarlo creativamente.
→ Esempio: contenuti ironici che normalizzano l’essere a pezzi dopo un allenamento in palestra.
Esempio: taglia indumento.
Trovare la taglia può diventare complesso, specie in zona saldi.
Alto Sacrificio: Non trovare la taglia → Rinuncio all’acquisto.
→ Pain Point: “Non trovo mai la taglia giusta”
→ Soluzioni: guida alle taglie, chatbot che consiglia la vestibilità, sezione “scelto per te”.
Da qui possiamo creare:
- Contenuti: articoli, post, short-form
- Offerte mirate: servizi custom, promozioni specifiche
- Strategie di funnel: capire in che fase colpire
Quando individui effort e sacrifici reali, trovi idee concrete per comunicare, posizionarti e convertire.
Costruire la Buyer Persona.
La Buyer Persona è un ritratto semi-immaginario del nostro cliente ideale, basato su dati e osservazioni reali. È il modo migliore per dare un volto (e una mente) al nostro target.
C’è chi la vuole perfetta, con 200 righe di analisi e chi si accontenta di un “più o meno ci siamo”. Personalmente? Io parto, poi aggiusto. La Buyer Persona è dinamica. Si affina con i dati e cambia in base al contesto.
Io cerco di rendere il lavoro più rapido e funzionale, mal che vada aggiusto in corso d’opera, inutile perdere settimane per la Buyer Persona. Man mano che si raccolgono dati, si aggiusta il tiro.
L’obiettivo è umanizzare il target, dunque capire chi è, cosa vuole, dove lo trovi e come parlargli.
Quante ne servono? Dipende. Se il progetto è piccolo o medio, una o due vanno benissimo. Se sei una multinazionale con 59 linee prodotto… beh, è un’altra storia.
Esempio base di Buyer Persona:
- Nome: Luca Pallino
- Età e Status: 35 anni, single, consulente freelance a Genova
- Interessi: calcio, digital marketing, sogna di aprire la sua agenzia
- Comportamento: curioso, socievole, sempre a caccia di crescita personale
- Obiettivo: mettersi in forma
- Pain Points: poco tempo, difficoltà nel mantenere costanza, alimentazione sbilanciata
- Canali Preferiti: LinkedIn, Facebook, YouTube
- Contenuti Cercati: opinioni di esperti, spunti pratici su Paid Ads e fitness…
Esistono mille template per crearla (Hubspot, Nielsen, ecc.). Basta scrivere “Buyer Persona Template” su Google e ti si apre un mondo.
Ma ricordati che è uno strumento, non un fine. La vera Buyer Persona si evolve con i dati e il progetto.
Posizionamento e Brand Identity.
A questo punto, vogliamo trovare il nostro spazio unico nel mercato e definire cosa ci rende davvero diversi. Ci restano due elementi chiave:
- La Unique Selling Proposition (USP) o la Unique Value Proposition (UVP)
- La Comunicazione e l’Identità del Brand
Dilemma USP o UVP.
Magari qualcuno ha storto il naso leggendo Unique Selling Proposition (USP). Oggi si parla molto di Unique Value Proposition (UVP), ed è giusto così. Ma attenzione: sono due cose diverse.
La USP si concentra sulle caratteristiche uniche del prodotto. È fissa, rigida, orientata al confronto con i competitor. Risponde alla domanda: “Perché scegliere proprio il mio prodotto o servizio?”
La UVP, invece, ruota attorno al valore per il cliente. È più fluida, adattabile, può cambiare tono e messaggio in base alla fase del funnel. Generalmente risponde alla domanda: “Perché scegliere noi?”
USP e UVP: due strumenti complementari.
Dopo aver identificato i pain point, creare una UVP è quasi automatico. Basta mettersi nei panni del cliente e trasformare il suo problema in una promessa chiara e concreta.
Prendiamo la UVP di Spotify:
“Music for everyone. Millions of songs. No credit card needed.”
Agli albori della musica in streaming, accedere alla musica non era così semplice. Lettori MP3, conversioni da YouTube, software pirata… Spotify ha capito i pain point e li ha smontati uno a uno:
- Difficile accedere alla musica → App accessibile ovunque
- Cataloghi limitati → Milioni di brani
- Prezzi alti → Freemium
Ancora oggi il risultato è simile. Una UVP semplice e potente: “Musica per tutti”.
La USP, invece, è rimasta fissa nel tempo. Il modello di streaming on-demand che Spotify ha portato sul mercato e con cui ha innovato il settore è ancora oggi il suo tratto distintivo.

In sintesi:
- La UVP evolve, parla al cliente, si adatta al contesto e al pubblico.
- La USP resta stabile, definisce cosa ci differenzia davvero.
Una non esclude l’altra. La UVP comunica il valore che offriamo, la USP sottolinea perché siamo diversi.
Strutture classiche di USP:
“Il (prodotto/servizio) che (risolve il problema) grazie a (caratteristica unica).”
→ L’app che ti fa studiare lingue in 15 minuti al giorno grazie al metodo x.
“Il (prodotto) per chi cerca (beneficio principale) senza (frustrazione comune).”
→ La scarpa per chi vuole correre più veloce senza dolori alle ginocchia.
Strutture classiche di UVP:
“Per (target) che vuole (desiderio), offriamo (beneficio concreto) senza (ostacolo/sacrificio).”
→ Per freelance che vogliono più clienti, offriamo strategie concrete senza chiacchiere inutili.
“Siamo (brand) che aiuta (target) a (raggiungere un risultato) grazie a (elemento chiave).”
→ Siamo un brand di cosmetici che aiuta donne over 30 a migliorare la pelle grazie a formule 100% naturali.
“Hai (problema)? Ti aiutiamo con (soluzione), così puoi finalmente (beneficio).”
→ Hai pochi contatti in target? Ti aiutiamo con una strategia su misura, così puoi trovare clienti che ti valorizzano.
Familiari eh?
Comunicazione e Identità.
Ora che abbiamo definito il posizionamento, tocca a comunicazione e immagine.
In pratica, dobbiamo decidere come parlare e come farci riconoscere.
Elementi chiave:
- Tono di Voce: riflette la personalità del brand (amichevole, professionale, ironico…).
- Stile Comunicativo: riguarda il modo in cui raccontiamo (storytelling, dati, istruzioni pratiche…).
- Identità Visiva: logo, colori, font e grafiche che rendono il brand riconoscibile a colpo d’occhio.
- Guide di Stile: per mantenere coerenza su tutti i canali, soprattutto se il team cresce.
Il posizionamento dice chi siamo, la comunicazione lo fa percepire. E se non sono allineati, perdiamo credibilità.
Fase 4. Customer Journey, Funnel e Canali
Conosciamo desideri, problemi e pain point del nostro target.
Abbiamo il messaggio, ma ora serve capire il percorso che fa il cliente prima di sceglierci.
Customer Journey
È la mappa del percorso d’acquisto del cliente, da quando sente parlare di noi a quando acquista (e oltre). Serve per intercettarlo nel momento giusto, con i canali giusti. Il focus qui è sull’esperienza del cliente e sui punti di contatto digitali (o offline).
Fasi principali:
1. Consapevolezza (Awareness): Il cliente riconosce di avere un problema o un bisogno
→ Scopre l’esistenza del nostro servizio tramite un post su Instagram.
2. Considerazione (Consideration): Valuta diverse opzioni per risolvere il problema
→ Visita il sito web dei competitor per capire i servizi offerti.
3. Conversione: Sceglie la soluzione e completa l’acquisto o azione chiave
→ Prenota una consulenza.
4. Fidelizzazione: Rimane in contatto e valuta altre offerte
—> Riceve newsletter con consigli di ottimizzazione campagna.
Mappare la Customer Journey serve per capire dove intervenire, cosa dire e quando farlo.
Come Mappare una Customer Journey
Anche qui, trovate tutti i template possibili e immaginabili, ma non serve complicarsi la vita. Dobbiamo solo simulare il percorso che faresti tu stesso.
Esempio:
Obiettivo → Voglio un parquet in salotto
Azioni → cerco “come montare parquet” su Google → leggo articoli → guardo video → visito siti aziende locali → cerco installatori → confronto → scelgo.
Qui possiamo scovare Pain Points Digitali.
Simulando il percorso, cerco su google “come montare il parquet” e noto che:
- Primo articolo troppo lungo
- Video inutile
- Nessun contatto facile sul sito del fornitore
E Ta-dà, altri pain point digitali su cui possiamo agire. Ora possiamo chiudere questa fase e passare a Funnel e Canali.
Fase 5: Funnel e Canali
Un funnel di marketing è il processo che cerca di accompagnare il potenziale cliente verso l’azione finale. È la mappa strategica con cui analizziamo il percorso del potenziale cliente.
Esistono vari modelli classici (AIDA, AARRR, TOFU-MOFU-BOFU…) e sì, magari il concetto è un po’ datato.
Ma è ancora molto utile per dare una struttura su cui agganciarci, anche se i percorsi d’acquisto sono tutto tranne che lineari (vedi Messy Middle di Google).
Avere un funnel chiaro ci aiuta a farci trovare nel posto giusto al momento giusto.
Le fasi del Funnel: TOFU – MOFU – BOFU.
Io uso spesso il modello TOFU-MOFU-BOFU, con qualche adattamento pratico. Se noti delle differenze rispetto a quello “classico”, è normale.
Qui vogliamo catturare l’attenzione e far emergere il problema.
Il pubblico è:
- Inconsapevole del problema
- Consapevole, ma non conosce la soluzione
È l’area dei Social Media (organico e Ads), SEO e YouTube
Contenuti: blog post, video brevi, infografiche, caroselli informativi
Middle of the Funnel (MoFu): Interesse e Coinvolgimento.
Distinguo questa fase in due:
- Coinvolgimento: vogliamo generare curiosità e coinvolgere l’utente
Serve scaldare la relazione. Creiamo dunque contenuti di valore, lead magnet, offerte d’ingresso.
Sono i classici contenuti “Lo sapevi che”; “Cose che scoperto mentre…”; “Commenta Ommioddiochemetodo per ricevere…” anche se possiamo fare meglio di così.
- Interesse: l’utente cerca soluzioni per capire cosa fa al caso suo.
Qui l’utente vuole informarsi, confrontare e valutare diverse possibilità.
- Interesse: l’utente cerca soluzioni per capire cosa fa al caso suo.
È l’area dell’Email Marketing, SEA, Retargeting Ads (Social e Google)
Contenuti: guide pratiche, mini-corsi, case study, sconti, webinar.
Bottom of the Funnel (BoFu) – Convertire e Fidelizzare:
- Conversione: il cliente è pronto e compie l’azione desiderata.
- Fidelizzazione: dopo l’acquisto il lavoro non è finito. Vogliamo tenere il cliente più a lungo possibile.
È l’area della SEO, CRO, Google Ads, Meta Ads ed Email Marketing
Canali tipici: Landing Page, Email dirette, Community, Programmi Loyalty
Contenuti: testimonianze, demo, offerte personalizzate, newsletter post-acquisto
Esempio rapido:
- TOFU: Post su Instagram “Perché non riesci a gestire il tuo tempo?”
- MOFU: Webinar gratuito “Tecniche di gestione del tempo in 30 min al giorno”
- BOFU: Landing page con sconto esclusivo al corso per i partecipanti webinar
Abbinare i canali giusti a ogni fase del funnel ti aiuta a guidare l’utente e aumentare conversioni. Una volta mappato il funnel, hai una base solida su cui costruire contenuti e campagne.
Fase 6: Conversioni e KPI.
A questo punto, è il momento di misurare.
Per funzionare, una strategia deve avere obiettivi chiari e metriche per capire se li stiamo raggiungendo.
Le conversioni sono le azioni chiave che vogliamo far compiere all’utente:
- Acquisto
- Iscrizione a una newsletter
- Compilazione di un form
- Download di un lead magnet
Ogni strategia deve stabilire quali sono le conversioni principali (macro-conversioni) e le azioni secondarie che le anticipano (micro-conversioni).
Esempio:
Macro: Acquisto del corso
Micro: Iscrizione al webinar gratuito
Poi ci sono i KPI (Key Performance Indicators), ossia gli indicatori di performance che ci permettono di monitorare i risultati. Vanno scelti in base all’obiettivo. Vediamo qualche esempio pratico:
- Aumento vendite → Revenue, Tasso di Conversione, ROAS
- Lead generation → CPL (costo per lead), Numero lead, Tasso iscrizione newsletter
- Brand Awareness → Impression, Reach, Engagement
- Fidelizzazione → LTV, Repeat Purchase Rate, NPS
I KPI non servono solo per dire “è andata bene” o “è andata male”. Ci aiutano a capire cosa ottimizzare, quali canali funzionano meglio, dove il messaggio funziona e dove no.
Quindi devi definire chiaramente cosa vuoi che l’utente faccia.
Associa ogni obiettivo a uno o più KPI. Definisci le micro-conversioni che avvicinano l’utente all’obiettivo macro. Tienili monitorati nel tempo. Se non misuri, stai brancolando nel buio.
Fase 7: Automazioni, Ottimizzazione e Monitoraggio
Impostata la nostra strategia, il lavoro non finisce. Bisogna automatizzare (quando possibile), monitorare e migliorare la nostra strategia.
Automazioni.
Le automazioni ti permettono di risparmiare tempo e rendere alcuni processi più efficienti. Newsletter automatiche, email post-acquisto, messaggi di follow-up, chatbot, reminder su WhatsApp…
Ogni azione può essere programmata per raggiungere il cliente giusto, nel momento giusto
→ Per le Automazioni Mail ne parlo nell’articolo dedicato Email Marketing Strategy.
Alcuni strumenti utili:
- CRM (es. Hubspot, ActiveCampaign) per gestire contatti e relazioni
- Tool di automazione (es. Zapier, Make) per collegare servizi e attivare flussi di azioni
- Email Marketing (es. Mailchimp, Brevo, MailerLite) per invii a target segmentati e messaggi automatizzati
Ottimizzazione.
Tutto ciò che hai creato e buttato sul web, può migliorare.
Landing page, CTA, copy, immagini, video, struttura del funnel.
Con A/B test o analisi dei dati, puoi capire dove perdi utenti e intervenire con modifiche concrete.
Non serve cambiare tutto ogni giorno. Prima si da il tempo per raccogliere dati. Possono essere settimane/mesi per la SEO, giorni per i Social, ma non è importante. Piano piano ci si fa l’occhio e poi si cambia qualcosa e ripeti. Agisci, dai tempo e monitora.
Regola d’oro: piccoli miglioramenti → grandi risultati nel tempo.
Monitoraggio.
Qui torniamo ai KPI. Tieni traccia dei dati con dashboard semplici ma chiare.
Controlla l’andamento, confronta i periodi e osserva i comportamenti.
Puoi usare:
- Google Analytics per monitorare la maggior parte dei dati raccolti dal tuo sito
- Meta Ads Manager / Google Ads per le campagne paid
- CRM, piattaforme e-commerce e email per le conversioni e le vendite
- Google Looker Studio per creare la dashboard
Strategia senza controllo è solo speranza. Automazione, ottimizzazione e monitoraggio sono il trio che trasforma il piano in un sistema funzionante e aggiornabile.
Conclusioni e Checklist Scaricabile.
Costruire una Digital Strategy non è questione di fortuna, né di ispirazione del momento. È un processo.
Serve a dare ordine alle mille attività, a prendere decisioni basate su dati per perseguire obiettivi chiari e comunicare in modo coerente su tutti i canali.
Ti aiuta a smettere di rincorrere le mode e iniziare a ragionare come un vero stratega. Prima il perché, poi il come, infine il dove e il cosa. Non devi fare tutto subito e non tutto sarà perfetto.
L’importante è partire con metodo, testare, correggere e continuare a costruire.
La strategia digitale non è una gabbia. È una mappa.
Ti dice dove andare, ma sei tu a decidere il passo.
E visto che sei arrivato fino a qui, permettimi di regalarti qualcosa.
Ecco qui una Checklist Scaricabile per facilitarti il lavoro.
Grazie per l’attenzione e buon lavoro.



